| Robert Wyatt Seconda parte dell’intervista a Robert Wyatt. Il musicista inglese, che pubblica in questi giorni il nuovo album “Cuckooland”, parla ancora a tutto campo: di musica e di politica, di star system e dei “bei tempi andati” del pionierismo rock. Per cui, confessa, prova ben poca nostalgia… Se pure la musica è la tua preoccupazione principale, non hai mai rinunciato a prendere forti posizioni ideologiche, nelle tue canzoni. Anche in questo disco si parla di guerra, di sofferenza, di potere, di persecuzioni nei riguardi degli zingari Rom. Se si guarda in dettaglio ai singoli avvenimenti della politica, lo so, non si può che essere pessimisti perché nulla, in fondo, funziona. Ma ritengo che non sia giusto essere cinici, perché nel mondo, ogni tanto, succede pur sempre qualcosa di significativo. Per gli oppositori del comunismo, per esempio, così è stato con la caduta dell’impero sovietico: anche se questo non è bastato a renderli felici… Personalmente, invece, penso che l’evento più importante di cui sono stato testimone sia la caduta dell’apartheid. Non sono sudafricano, ma pativo l’effetto psicologico di sapere che c’era, nel mondo, un paese dove la segregazione razziale era considerata un metodo normale di governo. Si trattava di un rimasuglio del vecchio sistema imperialistico e la maggior parte dei conservatori nel mondo, anche se ora non lo ammette, lo ha sostenuto. Oggi invece persino nei governi di destra, in paesi come gli Stati Uniti, si trovano persone di colore. E’ stata un’esperienza fantastica, per me, vedere Nelson Mandela prendere il potere senza cercare vendetta o compensazione per quel che aveva sofferto. Eppure, scrivi in “Tom Hay’s fox”, “Qualunque luce ci sia, è troppo confusa per indicarci una direzione/Qualunque luce ci sia, non ci dice nulla”. Non è proprio una riflessione ottimistica… Mi trovo comunque a vivere nel ventunesimo secolo, con un sacco di cose che continuano a non quadrare. La concentrazione di potere in una sola mano, per esempio, condiziona molto il processo di pace internazionale e la possibilità di avviare riforme politiche concrete. Sono parole di cui oggi ci si riempie la bocca avendo di mira altri obiettivi. Non vedo in giro nessun movimento in grado di riequilibrare la situazione in favore dei deboli e degli sfruttati. Il potere economico e militare non ha più concorrenza. Non ci sono limiti al modo in cui sta per crearsi, sotto i nostri occhi, il primo vero impero globale al mondo: non era successo neanche con Napoleone e con Hitler. Ho riflettuto così a lungo sugli eventi storici del mio tempo, probabilmente, che oggi non sono preparato di fronte ai possibili sviluppi del ventunesimo secolo. Non mi sento abbastanza giovane e fresco per immaginare le possibili mappe del futuro. C’è chi, come Naomi Klein e il movimento no-logo, cerca risposte e mostra ancora un atteggiamento positivo: posso solo augurargli buona fortuna. Così come auguro buona fortuna all’Argentina,. Al Perù, dove è in corso un processo di revisione dei genocidi di stato di vent’anni fa. E al Brasile, che oggi vive un esperimento di governo democratico: scegliere una canzone brasiliana è stato il mio omaggio personale. Ancora oggi, quando si parla dei problemi dell’Ungheria o della ex Cecoslovacchia, si tira in ballo la ex Unione Sovietica. Mentre quando si parla di Sud America si racconta sempre di guerre locali e conflitti intestini, dimenticando che la maggior parte di questi è orchestrata dal Nord del mondo per mantenere bassi i prezzi delle materie prime e così via. Sotto queste apparenti nuove aperture del mondo occidentale si nascondono ancora grosse bugie: le potenze occidentali stanno cercando di crearsi una giustificazione morale per continuare l’opera di sfruttamento. Sei affezionato al tuo paese, l’Inghilterra? Per me il concetto di “nazione” significa soltanto un necessario espediente amministrativo per organizzare una comunità e i suoi servizi essenziali, i trasporti, la casa, la scuola, la sanità. Credo che potrei sviluppare un sentimento patriottico solo come forma di autodifesa, nel caso in cui sentissi minacciata la mia comunità, e in questo senso capisco le motivazioni di un movimento come l’African National Congress. Ma il nazionalismo di per sé mi sembra una follia. C’è uno scrittore inglese degli anni ‘40, non ricordo il nome, che ha detto: “Posso capire combattere per la propria famiglia, o per un’idea. Ma combattere per il proprio paese è una delle cose più bizzarre che si possano fare”. Karen Mantler, la figlia di Michael Mantler e Carla Bley, ha un ruolo importante nel disco. Ho letto che è stata concepita durante il festival di Newport del 1965, quello della celebre svolta elettrica di Dylan. Sembra quasi un segno del destino: forse, come dice Richard Dawkins, le idee sono davvero un virus che si propaga nella mente… Provo ammirazione per Dawkins, che molta gente accusa invece di essere un “riduzionista”. Io credo che lui, come molti, sia alla ricerca della magia dell’esistenza, ma attraverso i suoi segni esteriori. A me sembra un atteggiamento difensivo e sciocco, quello di chi si propone come guardiano del misticismo e della spiritualità accanendosi in modo paranoico contro di lui. Quel che Dawkins dice, in fondo, è semplicemente che l’astrologia è una cosa divertente ma insulsa, mentre quel che conta veramente è l’astronomia. In un certo senso è un punto di vista molto umile: significa accettare il fatto che non possiamo neanche immaginare mitologie in grado di rappresentare la straordinarietà del mondo in cui viviamo. La canzone che gli ho dedicato, “Just a bit”, parla di questo, di come le religioni possano essere kitsch e le mitologie servire a scopi personali, di come spesso si mascherino azioni personali dietro la volontà di Dio. Quel pezzo parla anche di arte e di pazzia umana: io stesso non rinuncio a toccar legno per scaramanzia… Un altro mito ricorrente è quello che sostiene che se si ascolta buona musica, se si va ai concerti di musica classica invece che in discoteca, si diventa automaticamente persone migliori. E’ il precetto secondo cui è cosa buona e giusta portare i bambini all’opera, mentre è disdicevole portarli a un rave party. Non mi sembra esistano prove sufficienti: molti responsabili dei campi di concentramento nazisti amavano profondamente la musica classica, e si commuovevano pure nell’ascoltarla! Dire che la musica migliora l’umanità è sottoscrivere un’altra forma di superstizione religiosa. Chi è il Romany Rose a cui hai dedicato “Forest”? Il direttore del museo dei Rom ad Heidelberg, come risulta dalle mie ricerche su Internet? No, no. E’ il nome della piccola bimba di David Gilmour e di sua moglie Polly, che credo abbia un po’ di sangue Rom nelle vene. Alfie aveva appena scritto questa canzone in omaggio ai Rom sopravvissuti e alla preservazione della loro cultura, e così ho chiesto a David se potevo dedicarla a sua figlia. Lui ha accettato, e ha suonato una splendida chitarra sul pezzo. In Inghilterra, attraverso Dover, arrivano continuamente frotte di Rom provenienti dalla ex Cecoslovacchia, e vengono trattati in modo disumano. Dunque resiste un legame, tra un musicista fuori dal mainstream come te e una rock star miliardaria come Gilmour… Certo, perché no? Siamo tutti esseri umani, no? Non mi interessa mettere a confronto i rispettivi guadagni e il nostro tenore di vita. Non ho nulla contro la ricchezza, quando non viene accumulata per mezzo dell’abuso e dello sfruttamento umano. I Pink Floyd sono diventati ricchi semplicemente facendo dischi che milioni di persone hanno amato e acquistato. David non è un uomo avido, è una persona deliziosa e incredibilmente generosa. Per lo stesso motivo mi va bene che David Beckham guadagni milioni di sterline: ha messo a frutto un suo talento senza sfruttare nessuno, è diventato un’icona e magari aiuta certa gente a vivere meglio. A volte queste persone sono bersagli fin troppo facili. Nella Londra underground dei Pink Floyd, dei Soft Machine e dei Fairport Convention, nell’epoca in cui il rock era giovane, sembrava che la musica fosse sempre un passo avanti rispetto al business. E’ la nostalgia che porta a travisare la realtà, o le cose stavano proprio così? Accidenti, non ho una risposta pronta! Credo che gli appassionati di rock, allora, avessero fede nel fatto che la musica potesse rappresentare una sorta di alternativa al mondo dei loro genitori. Ma nel modo in cui è organizzata l’industria non è cambiato nulla, in realtà. Manager e case discografiche sono stati quasi dei precursori del thatcherismo, e già allora il business veniva condotto in un modo piuttosto rude: almeno in questo non c’era discriminazione, tra artisti bianchi e neri! Sono stato troppo a lungo nel dimenticatoio, per avere molti ricordi affettuosi di quel periodo. Tutte le rock band finiscono in lacrime. E’ difficile parlare di un matrimonio, quando c’è di mezzo un brutto divorzio. E tutta l’onestà delle origini a un certo punto se n’è uscita dalla finestra… (Alfredo Marziano) (29 Set 2003) © Tutti i diritti riservati. Rockol.com S.r.l. |